Spingere l'oceano a catturare più anidride carbonica: come e perché
Gli oceani assorbono già una quota significativa delle emissioni antropiche di CO₂, quasi un terzo secondo stime comunemente citate. Per accelerare questo processo alcuni gruppi di ricerca propongono di intervenire direttamente sulla chimica dell'acqua di mare aumentando la sua alcalinità. La logica è semplice: un'acqua più alcalina converte una frazione maggiore di CO₂ in bicarbonato disciolto, una forma più stabile che riduce la CO₂ atmosferica disponibile a riscaldare il pianeta.
Metodi sperimentati e risultati preliminari
Le tecniche in fase di prova prevedono l'immissione in mare di idrossido di sodio diluito o la dispersione di rocce silicatiche e carbonatiche finemente macinate. I test finora sono di piccola scala e hanno coinvolto gruppi come il CSIRO australiano e il Woods Hole Oceanographic Institution negli Stati Uniti.
- Nel 2023, in una prova nella baia di Woodbridge (Tasmania), il rilascio di acqua arricchita con idrossido di sodio ha causato una diminuzione della pressione parziale di CO₂ compresa tra 22 e 77 µatm, corrispondente a un effetto inferiore al 5%. Il pennacchio di acqua modificata si è disperso in pochi metri.
- A bordo della nave oceanografica RV Investigator sono previsti nuovi test nel Bass Strait.
- Ad agosto 2025 il progetto LOC-NESS ha condotto il primo esperimento autorizzato dall'EPA nel Golfo del Maine impiegando tre navi per seguire una chiazza di alcalinità nell'Atlantico.
| Esperimento | Luogo | Anno | Risultato riportato |
|---|---|---|---|
| CSIRO – rilascio idrossido | Baia di Woodbridge, Tasmania | 2023 | Riduzione CO₂ 22–77 µatm (effetto <5%) |
| LOC-NESS (Woods Hole) | Golfo del Maine, Atlantico | 2025 | Prima sperimentazione autorizzata EPA su scala di più navi |
Perché servono prudenza e valutazioni approfondite
Nonostante i segnali incoraggianti a scala ridotta, gli autori dell'analisi pubblicata su The Conversation (ricercatori del CSIRO: Harris Anderson, Andrew Lenton e Mathieu Mongin) sottolineano che i veri nodi riguardano la scala dell'intervento e le sue conseguenze ambientali e sociali. Correnti, venti, profondità e stagionalità modulano il comportamento dell'acqua di mare, rendendo incerta la replicabilità degli effetti osservati su aree limitate. Da qui emergono almeno tre criticità:
- incertezza sull'efficacia a lungo termine e su ampia scala rispetto agli obiettivi climatici internazionali;
- possibili impatti sugli ecosistemi marini locali legati a variazioni chimiche e biologiche;
- questioni di governance: chi decide, controlla e si assume la responsabilità di interventi che possono oltrepassare confini nazionali?
Conseguenze politiche e scientifiche
Se l'aumento dell'alcalinità riuscisse a essere dimostrato sicuro ed efficace su vasta scala, potrebbe entrare tra gli strumenti di mitigazione complementari alla riduzione delle emissioni. Tuttavia, la comunità scientifica solleva adeguate riserve sull'idea che la geoingegneria oceanica possa sostituire le politiche di decarbonizzazione: la natura dei processi oceanici e le interazioni ecologiche richiedono sperimentazioni controllate, monitoraggio rigoroso e quadri normativi internazionali prima di passare a una diffusione operativa.
Il bilancio in attesa di dati più solidi
Gli studi pilota in Australia e negli Stati Uniti forniscono dati utili ma limitati: mostrano che l'approccio è tecnicamente fattibile su porzioni ridotte, ma non rispondono alle domande decisive sulla scalabilità e sugli effetti collaterali. Il passaggio successivo richiederà sperimentazioni coordinate, valutazioni ecologiche approfondite e confronti pubblici sulle responsabilità legali e climatiche. Nel frattempo resta prioritario ridurre le emissioni alla fonte, mentre soluzioni come l'aumento dell'alcalinità devono essere trattate come potenziali strumenti integrativi, non come scorciatoie alla transizione energetica.