Un’adozione in crescita, ma non ancora matura
Nel 2026 gli studi legali italiani dichiarano di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale in misura nettamente maggiore rispetto all’anno precedente: dal 17% del 2025 si passa al 37%. È il dato più evidente che emerge dal report annuale dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, presentato nei giorni scorsi al convegno "Capitale umano e tecnologico, la partita degli Studi professionali".
Il dato è importante perché dimostra che il settore delle professioni giuridiche ha accelerato verso l’adozione dell’AI. Tuttavia, dietro alla percentuale si nascondono fragilità rilevanti: molte applicazioni restano sperimentali o di supporto occasionale, mentre scarseggiano regole chiare, processi di controllo e metriche per misurare il valore professionale derivante dall’uso delle tecnologie.
"un tesoro incompreso"
Così il focus iniziale del report descrive il patrimonio informativo custodito negli studi: non solo i dati personali dei clienti — che sono soggetti a stringenti regole di data protection — ma anche informazioni operative e di contesto, come quali clienti generano più ricavi o quali uffici giudiziari sono più rapidi. Se organizzati e analizzati, questi dati possono diventare una «library» di conoscenze utile per ottimizzare pratiche e processi interni.
Principali criticità emerse
- Governance insufficiente: molti studi non hanno definito policy, responsabilità e controlli sull’uso dell’AI.
- Uso non sempre qualificato: predominano impieghi sperimentali o strumentali, difficili da trasformare in benefici misurabili.
- Divari tra professioni: l’adozione varia rispetto a commercialisti, consulenti del lavoro e grandi studi, con differenze organizzative e di capacità d’investimento.
Queste criticità hanno conseguenze pratiche immediate: senza regole chiare aumentano i rischi di errori operativi, di violazioni della compliance e di una eccessiva dipendenza da strumenti che possono avere limiti di accuratezza o bias. Sul piano deontologico, la responsabilità professionale rimane in capo agli avvocati: l’adozione dell’AI non attenua l’obbligo di valutazione critica dei risultati forniti dagli algoritmi.
Come trasformare il dato in valore
La sfida non è solo tecnologica ma organizzativa. Per ottenere vantaggi concreti gli studi dovrebbero prioritariamente lavorare su:
- definizione di policy interne per l’uso e la revisione degli output generati dall’AI;
- investimenti in competenze che permettano di interpretare e validare i risultati;
- processi per raccogliere, anonimizzare e valorizzare i dati operativi che oggi restano dispersi.
Il percorso è graduale: passare dall’uso occasionale a pratiche consolidate richiede test ripetuti, metriche di efficacia e, non ultima, una sensibilità etica e legale che tuteli il cliente e il professionista.
| Anno | Percentuale di studi che dichiarano uso dell'AI |
|---|---|
| 2025 | 17% |
| 2026 | 37% |
Il report del Politecnico fornisce così uno scatto utile: dimostra che l’AI è entrata nel vocabolario degli studi legali italiani, ma mette anche in chiaro che la trasformazione digitale non si esaurisce nell’adozione di strumenti. Serve governance, formazione e un approccio sistemico ai dati per tradurre la tecnologia in un vantaggio professionale stabile e misurabile.
Per il futuro, la progressione dell’adozione sarà significativa non solo per la diffusione degli strumenti, ma soprattutto per la capacità delle strutture professionali di organizzare il dato e gestire i rischi: è questa la partita che determinerà se l’AI resterà uno strumento occasionale o diventerà un fattore strutturale del lavoro legale.