Un declino decennale che ridisegna la città
La notizia del trasferimento dello stabilimento Saclà da via Gramsci a Castello d'Annone è stata letta come l'ultimo episodio di un fenomeno più ampio: la progressiva desertificazione industriale di Asti iniziata a metà degli anni Novanta. I numeri riportati da indagini e testimonianze locali descrivono una contrazione significativa della forza lavoro manifatturiera cittadina, con effetti concreti sul mercato del lavoro e sulla riconfigurazione degli spazi urbani.
Nel 1995 le otto maggiori aziende manifatturiere presenti in città (Gate, Ceset, Morando, Ibmei, Way Assauto, Avir, Maina e Weber) impiegavano complessivamente oltre 3.500 addetti. Nel 2014 la forza lavoro era già calata a poco più di 1.000 unità; oggi si conta un totale di 863 operai e impiegati nelle principali realtà rimaste, una perdita netta superiore alle 2.500 persone.
«Molte piccole officine si sono trasferite fuori città, non solo le grandi aziende»,
afferma Luigi Costa, presidente di Confindustria Asti, che definisce il passaggio come la fotografia di una trasformazione profonda. Per gli industriali locali il modello produttivo che ha caratterizzato il Novecento — grandi stabilimenti collocati in ambito urbano — è superato, anche per le criticità logistiche legate ai movimenti di mezzi pesanti in centro.
Ritorni e ridimensionamenti: le aziende che hanno cambiato pelle
Alcune storie aziendali sintetizzano il cambiamento: la Gate (oggi Johnson Electric) è passata da 900 a 324 dipendenti; la Morando è calata da 300 a 40; la Weber è scesa da 330 a 95. La vicenda della Way Assauto è emblematicamente drammatica: arrivata a circa 3.000 addetti, era già scesa a 840 nel 1995; nel 2013 si è verificato il licenziamento dell'intero personale residuo (all'epoca 148 addetti) e la successiva acquisizione da parte di un gruppo cinese ha spostato l'attività a Portacomaro, dove ora operano 35 persone.
- 1995: oltre 3.500 addetti nelle principali aziende manifatturiere cittadine;
- 2014: la forza lavoro manifatturiera si riduce a poco più di 1.000 unità;
- Oggi: circa 863 tra operai e impiegati nelle realtà rimaste.
| Anno/Voce | Occupati (principali aziende) |
|---|---|
| 1995 (totale otto aziende) | >3.500 |
| 2014 (forza lavoro complessiva) | poco più di 1.000 |
| Oggi (operai e impiegati) | 863 |
Conseguenze per la città e possibili scenari
La riduzione della compagine industriale comporta effetti concreti per Asti: perdita di posti di lavoro specializzati, minori ricadute economiche per l'indotto, vuoti negli stabilimenti situati nel perimetro urbano e una possibile accelerazione della conversione degli spazi industriali in aree terziarie o residenziali. Secondo gli imprenditori locali, la fuga dal centro non è soltanto un problema occupazionale, ma anche logistico e urbanistico: il cambiamento del modello produttivo richiede nuove pianificazioni e investimenti per riqualificare aree e sostenere la riconversione delle competenze.
Per i lavoratori coinvolti e per il territorio rimane aperta la questione delle politiche di accompagnamento: riqualificazione professionale, incentivi per attrarre attività compatibili con il tessuto urbano e interventi pubblici per recuperare gli spazi lasciati liberi dalle industrie. La vicenda di Saclà e le cifre delle storiche aziende astigiane segnano un punto di svolta che richiederà scelte coordinate tra istituzioni, imprese e associazioni di categoria per evitare che il declino produttivo si traduca in una crisi sociale e urbana più profonda.